21 luglio: da Phnom Penh a Siem Reap

21 luglio: lasciamo, assieme alla nostra guida Ms. Veati e al nuovo driver Mr. Lee,  Phnom Penh alle 8.30: secondo la guida è l’orario migliore per non restare imbottigliati nel traffico di chi va al lavoro. La città ha circa 1,5 milioni di abitanti, e naturalmente le strade non sono state progettate per contenere tante macchine e motorbikes. Mentre stiamo uscendo, Ms. Veati ci racconta la storia della Cambogia, delle antiche e odierne ostilità con il Vietnam che si nascondono dietro a delle ufficiali ottime relazioni, i dubbi sulla Cina (i cambogiani la vedono come invadente ed egemone) e soprattutto ci argomenta la sua contrarietà al regime comunista attuale che, a suo dire (e ci sembra verosimile da quello che vediamo), non si occupa sufficientemente del benessere dei suoi cittadini.

Veati ci sembra una persona particolare, interessante, laureata e parla un ottimo inglese (solo un po’ troppo velocemente…), non saprei dorico quanto anno ha e per cortesia non glielo abbiamo domandato; nei fine settimana insegna all’università, oltre ad essere una guida free lance ufficiale, e nel suo tempo libero, assieme a suoi amici, si reca nei villaggi più remoti della Cambogia per portare libri e fare alfabetizzazione ai bambini che ci abitano. Più l’ascoltiamo, più ci convince.

Usciti dalla città, dopo quasi 2 ore di viaggio, ci fermiamo al villaggio di Skoun, noto anche come lo “spider village”. Villaggio dei ragni??? Ebbene sì, in questo villaggio (e nel mercato nel quale ci siamo fermati) cucinano tarantole, bachi da seta e cavallette…. E possiamo non farci tentare??? Tutti proviamo la tarantola fritta, davvero gustosa, assomiglia alle alette del pollo allo spiedo leggermente più dolce, mentre Stefania non riesce ad assaggiare la larva del baco da seta, che a noi tre, a parte la consistenza non entusiasmante, ci ricorda il sapore di verdura…. Una volta superata la difficoltà di mettere il cibo in bocca, possiamo dire che abbiamo mangiato di molto peggio, e che il sapore non è per niente male!

Ripartiamo soddisfatti del nostro coraggio, avendo comprato anche banane disidratate, e un altro seme guarnito con dello zucchero stile zuccherini di Montese, che è proprio buono!

La successiva sosta è al tempio di Kuhak Nokor, che fu costruito nel regno del re Suryavarman I. Abbiamo difficoltà a trovarlo, quindi potete immaginare come non sia proprio una meta turistica. 


Però è interessante, come è interessante il suo custode/bigliettaio, come sono fantastici quei bambini che ci seguono per tutto il tempo della nostra visita, e alla fine sono noi a chiedergli di fare una foto assieme a loro. Ci sentiamo fuori dal mondo e forse lo siamo. Un puntino sperduto su una carta geografica. Ma siamo felici di esserlo. 

Notiamo che molto spesso le scuole sono vicine ai templi; la guida ci dice che tradizionalmente chi si occupava dell’istruzione erano i monaci buddisti, e per questo motivo le scuole vengono costruite vicine ai templi, anche se oggi gli insegnati non sono monaci, ma laici, sia nelle scuole pubbliche che in quelle private.

Proseguiamo per Siem Reap, e sulla strada ci fermiamo a visitare Naga, un antico ponte dell’epoca angkoriana, ancora in piedi e utilizzato da oltre un millennio, ma da qualche anno per preservarlo hanno limitato il passaggio a motorbike e biciclette.  Non sono previste ulteriori soste prima di giungere a Siem Reap; solo che notiamo dei venditori strani sul bordo della strada e quindi chiediamo di fermarci. Vendono del riso mescolato con latte di cotto fagioli neri e zucchero, cotto all’interno di un pezzo della canna di bambù “giovane” semplicemente disponendolo vicino alla brace del fuoco. È un do le tipo del sud est asiatico, in. Cambogia lo chiamano Kralan; è gustoso ed anche divertente. Arriviamo quindi in albergo, una piccola oasi, e ci salutiamo con Ms. Veati, perché lei domani ha un altro gruppo a Phnom Penh. Ci dispiace, perché in poco tempo era riuscita a conquistarci con i suoi tanti racconti. Ci scambiamo gli indirizzi mail e ci salutiamo unendo le mani al petto e senza toccarsi.  L’albergo è molto accogliente con una splendida piscina ma per oggi siamo troppo stanche e solo io mi accomodo al bordo vasca per leggere e riposarmi. Per la cena cediamo alla tentazione di un locale italiano, ad attrarci non è tanto il cibo ma la descrizione che troviamo del proprietario.

Alla fine si rivela una piacevole sorpresa il cibo e Simone è proprio come pensavamo e speravamo che fosse: gentile e disponibile a raccontarci la sua storia di cuoco non solo per il locale ma anche come volontario per famiglie disagiate e bambini di strada. Ci lasciamo a malincuore sperando di incontrarci nuovamente.